Quando portammo la nostra app al Wired Next Fest per la prima volta — e una notte in bianco ci salvò dall'inaugurazione più importante della nostra storia.
Era il 2015. I Giardini Indro Montanelli a Milano. Il Wired Next Fest stava per aprire i battenti e noi stavamo per portare al mondo la nostra app per la traduzione simultanea su smartphone — quella cosa che oggi chiamiamo WebApp e diamo per scontata, ma che allora sembrava un'idea fuori tempo massimo o, a seconda dell'interlocutore, fantascienza applicata.
Eravamo partner del festival. Non da ieri: eravamo lì perché credevamo nella stessa cosa, che la tecnologia serve a costruire ponti. E il Wired Next Fest era esattamente quel tipo di luogo: un posto dove un'idea ancora incompleta poteva trovare le persone giuste per diventare reale.

La notte prima
La sera dell'inaugurazione — la sera prima, per la precisione — ci accorgiamo di un bug. Nella app. Quella stessa app che avremmo dovuto mostrare il giorno dopo al mondo.
All'epoca era ancora un'app nativa. Lavorammo tutta la notte. L'aggiornamento Android lo rilasciammo senza problemi. Ma Apple era un altro discorso: la review di App Store non aspetta nessuno, nemmeno un festival di tecnologia che apre all'alba.
Chiedemmo ai nostri amici di Wired Italia di intercedere attraverso il canale americano — Wired USA — per provare a sbloccare il rilascio urgente su App Store. E noi stessi mandammo una nostra richiesta diretta: all'epoca ogni sviluppatore aveva a disposizione una sola richiesta di rilascio urgente. Una. Quella carta la giocammo quella notte.
Non sappiamo esattamente a chi attribuire il merito. Forse ai colleghi americani di Wired. Forse alla nostra richiesta. Forse a entrambe le cose. Fatto sta che la mattina dell'inaugurazione, la app era aggiornata, funzionante e pronta.
Quel momento ci ha insegnato due cose che non abbiamo più dimenticato: che i lanci veri si fanno con le spalle al muro, e che i partner giusti ti aiutano a non caderci sopra.
Undici anni dopo
Il 16 aprile 2026 il CEO di Condé Nast Roger Lynch ha annunciato la chiusura di Wired Italia, diciassette anni dopo il primo numero con Rita Levi-Montalcini in copertina. La motivazione ufficiale: un'edizione che rappresentava poco più dell'1% del fatturato complessivo del gruppo e che, nella sua forma attuale, limitava la capacità di investire dove le opportunità sembravano più promettenti.
La notizia è arrivata, come spesso accade in questi casi, senza preavviso sufficiente per chi ci lavorava. La redazione ha saputo della chiusura dieci minuti prima della pubblicazione del comunicato. Non è un bel modo di chiudere diciassette anni di lavoro.
Ci dispiace. Davvero.
Ci dispiace per la redazione — giornalisti che hanno costruito un modo di raccontare la tecnologia in italiano, un lessico, una voce. Ci dispiace per il Wired Next Fest, un format che negli anni aveva trasformato Milano in un punto di partenza, per poi espandersi a Firenze, a Rovereto, in tutta Italia — portando idee e persone che altrove non si sarebbero mai incontrate.
Ma c'è una buona notizia
Wired Consulting e gli eventi live continueranno in tutta Europa, gestiti principalmente dal team nel Regno Unito. È la parte con cui collaboriamo più direttamente — ed è quella che speriamo di continuare a vedere in giro ai prossimi appuntamenti.
Al Wired Next Fest 2015 abbiamo capito che fare tecnologia per gli eventi significa stare accanto alle persone che quegli eventi li costruiscono. Quella lezione l'abbiamo portata con noi fino ad oggi.
Ci vediamo in giro, Wired.





















